giovedì 31 dicembre 2009

Topolino dell'Epifania


E fatevi regalare un Topolino anche dalla Befana!

Infatti su Topolino n. 2824 in edicola da mercoledì 6 gennaio trovate la storia "TOPOLINO e la leggenda del Topo Nero" sceneggiata dal sottoscritto e disegnata da Massimo De Vita.

Buona lettura e buon anno!

giovedì 24 dicembre 2009

Kinart 1/3


Su Kinart potete trovare un mio "tutorial" che prende in esame proprio la storia "Zio Paperone in fuga dal Natale" in edicola adesso su Topolino n.2822.

Si tratta solo della prima di tre chilometriche parti!

Buona lettura!

mercoledì 23 dicembre 2009

In combutta col Moise


Su afNews potete trovare una vignetta scritta dal sottoscritto e disegnata dal mitico Moise!

Per vederla per intero cliccate QUI.

giovedì 17 dicembre 2009

Topolino di Natale


Fatevi portare un Topolino da Babbo Natale!

Su Topolino n. 2822 in edicola da mercoledì 23 dicembre trovate la storia "ZIO PAPERONE in fuga dal Natale" sceneggiata dal sottoscritto e disegnata da Giorgio Cavazzano.

Buona lettura e... Buon Natale!

mercoledì 16 dicembre 2009

Recensione: A Serious Man


Ahahah... eh?


Questo è stato il commento più sensato che sono riuscito a proferire dopo aver visto l'ultimo film dei Fratelli Coen.

La storia, ambientata in una comunità ebraica americana negli anni '60, parla di un poveraccio che eredita un'antica maledizione e che riceve una caterva di sfighe e batoste una dietro l'altra. La sua vita va sempre peggio, e quella che sembrava un'esistenza tranquilla e piuttosto scialba, si trasforma in un incubo terrificante. Per certi versi, un vero film horror. I fratelli Coen mettono in scena i nostri peggiori incubi di uomini civilizzati: affetti, famiglia, lavoro, religione, società, vicinato, la città intera sembra rivoltarsi contro il povero Larry.

I due registi sono come al solito geniali nel riuscire a inanellare una serie di gag grottesche. E' incredibile come riescano a inventare le peggiori assurdità rendendole del tutto credibili. Perché può succedere che a un uomo capiti UNA di queste cose, DUE se proprio è sfigato. Ma TUTTE è impossibile. Il problema è che tutto finisce qui.

Innanzitutto a inizio film si fatica un po' a empatizzare col protagonista: la moglie lo lascia di punto in bianco senza che abbiamo avuto tempo di affezionarci alla sua realtà familiare. Ma questa probabilmente è una scelta.

Il fatto è che dopo quaranta minuti di sfighe, uno si aspetterebbe che qualcosa cambi nel film. I fratelli Coen vogliono cambiare la regola hollywoodiana secondo cui dopo una serie di sfighe uno trova quel "twist" per cambiare la propria vita. No, avrebbe fatto troppo film di Natale, e i Coen non sono gente del genere.

Ma dopo quarantacinque, cinquanta minuti di film, si smette del tutto di empatizzare col protagonista. Le sfighe che gli capitano non hanno più importanza, l'escalation di mazzate ormai è arrivata talmente in alto che il tuo cervello dice "ok, c'è un limite a tutto". Così, continui a vedere il sabotaggio di questo disgraziato con un misto di indifferenza e fastidio.

Ti dici: "almeno sul finale ci sarà una svolta spettacolare".

E invece...


Insomma, il film è solo un insieme di gag. Non va da nessuna parte. Non ha arco narrativo.

E permane la sensazione che ho dei fratelli Coen: gente molto talentuosa, spesso geniale nell'inventare situazioni e dialoghi, ma cui mancano i veri attributi per costruire qualcosa di importante, un arco narrativo anche sorprendente e sballato nel loro stile se vogliamo. Sembrano quei ragazzini che si divertono a dare fuoco agli insettini per vedere che cosa succede, e basta. Non si mettono davvero in gioco, non hanno voglia di fare davvero "fatica" per creare qualcosa di memorabile.

Però non ho visto tutti i loro film, quindi magari ce n'è qualcuno di questi che mi smentisce.

Ma la sensazione che lascia "A Serious Man" è questa: molto irridente, monellesco... ma poco coraggioso, in fondo. Non sembra che abbiano tanta voglia di crescere, i fratellini.


Nota positiva: Sy, l'amico di famiglia con cui la moglie di Larry lo tradisce, è uno dei personaggi più azzeccati dei Fratelli Coen. Con quel modo mellifluo di sovrastare il protagonista abbracciandolo, trattandolo come un ragazzino, fingendosi solidale, è forse più violento e aggressivo di Terminator.

lunedì 14 dicembre 2009

Grazie I.n.d.u.c.k.s.!


Forse non ho mai scritto un post a proposito di COA I.n.d.u.c.k.s., e ciò è male.

Molti di quelli che frequentano questo blog sapranno già di cosa si tratta, ma non tutti. I.n.d.u.c.k.s. è un indice online di tutte le storie Disney a fumetti comparse dall'alba dei tempi ad oggi. Ad aggiornare costantemente il database con autori, date, testate, paesi di pubblicazione e quant'altro sono dei semplici appassionati. Uno strumento utilissimo per tutti coloro che vogliono chiarirsi alcune idee su autori e date di pubblicazione delle storie.

Utile anche per me, che grazie a Inducks scopro in quali testate straniere vengono pubblicate le mie storie. Purtroppo credo che non tutti i paesi siano "rappresentati" da qualche appassionato certosino indicizzatore, quindi non tutte le testate straniere siano coperte, però è ugualmente un database molto utile.

Per chi vuole averne un assaggio, ecco qui il link dove potete trovare la lista delle mie storie Disney pubblicate fino ad oggi:
http://coa.inducks.org/creator.php?c=Giorgio+Salati&c1=date

venerdì 11 dicembre 2009

Lasseter lo sa


Tornando sul tema "tecnica vs istinto", che sembra ormai un ritornello di questo blog, voglio citare una frase letta sul blog di Alex Crippa, di John Lasseter, il geniale direttore creativo di Pixar e Walt Disney Studios, considerato un po' il nuovo Walt Disney.

"Le tecniche vanno tutte bene, conta la storia

Non per niente i film Pixar sono i migliori film d'animazione usciti da quindici anni a questa parte.

Dopodiché sono andato a cercare qualche altra frase di Lasseter e ho trovato anche questa altra perla di saggezza. Una di quelle frasi che sembrano "ovvie", ma che alla fine c'è bisogno che qualcuno le dica, e soprattutto che a dirle non sia il vecchio disegnatore in pensione ma uno che con le nuove tecnologie ha fatto la sua fortuna:

"La tecnologia non crea i film. Le persone lo fanno. Non sei un animatore solo perché sai muovere un oggetto dal punto A al punto B. Sei qualcuno che dà vita ad un personaggio: un qualcosa che i software e la tecnologia non possono fare."

mercoledì 9 dicembre 2009

A-Team al cinema


Mi verrebbe da essere abbastanza scettico sul fatto che un'odierna versione cinematografica dell'A-Team possa essere all'altezza del grandioso telefilm degli anni '80. Ma a interpretare Hannibal c'è Liam Neeson, che non è esattamente l'ultimo degli sprovveduti. Chissà.

QUI l'articolo del Corriere della Sera.


Solo spero di non rimpiangere troppo il Murdock originale, che era il mio personaggio preferito (in cui naturalmente mi identificavo parecchio).

E' curioso come, in tempi in cui le serie tv hanno raggiunto un livello di scrittura che la Hollywood cinematografica si può sognare, il cinema per trovare qualche personaggio interessante da lanciare vada a ripescare vecchie serie tv (A-Team, Starsky & Hutch, Charlie's Angels) di tempi in cui la scrittura televisiva non aveva ancora raggiunto la profondità odierna. E che per poter raccontare qualcosa di più raffinato e complesso debbano rivolgersi al fumetto: Batman, Watchmen, Sin City, ecc.

venerdì 4 dicembre 2009

Sporcarsi le mani


Ci sono alcuni musicisti che hanno fatto "scuola". Hanno inventato un genere, e a volte l'hanno portato alle estreme conseguenze. Iron Maiden, AC/DC, per dire i primi che mi vengono in mente. Hanno creato uno stile e l'hanno percorso fino in fondo, in un certo senso fino alla morte (ditemi che dopo "The X Factor" gli Iron abbiano fatto qualcosa di decente).

E così è per molti musicisti di vario genere, dai Depeche Mode ai Ramones, dai Motorhead ai Beach Boys, dai Kraftwerk ai Chemical Brothers. Ognuno ha inventato un modo nuovo di fare musica, ne è rimasto "fedele", ed è stato copiato da moltitudini di cloni.

Poi però ci sono alcuni compositori che hanno fatto qualcosa di impensabile per la maggior parte dei musicisti.

Ennio Morricone. Nella sua musica si può sentire una moltitudine di impulsi. Dalle cavalcate wagneriane alle melodie da flamenco. Le schitarrate da mariachi accompagnate da spunti provenienti dal folklore dell'Italia Meridionale. A volte più che western quelle musiche sembrano essere scritte per l'Odissea. L'epicità, è la chiave. Un genere in cui un tempo gli italiani, dal Tasso all'Alfieri, non erano secondi a nessuno.

E poi il colpo di genio: le chitarre surf. In tutto questo marasma di riferimenti musicali cosmopoliti, Morricone è stato capace di tendere l'orecchio anche a ciò che usciva dalla radio. L'uso che fa lui della chitarra elettrica è stato copiato da un sacco di chitarristi negli anni '60, e allo stesso tempo lui ha saputo cogliere l'innovazione di ciò che veniva fatto nel mondo musicale contemporaneo.

Lui non ha snobbato la musica cosiddetta "leggera".

Ecco un esempio da pelle d'oca: la colonna sonora di "Per qualche dollaro in più".

In breve sentiamo un'epica cavalcata arricchita da scacciapensieri che riporta alla mente la drammaticità delle faide tra famiglie siciliane, la spavalderia americana di chitarre elettriche country-surf, campane che fanno pensare alla desolazione del deserto, e un flauto andino che funge da unica componente spensierata, una sorta di "spalla" dell'eroe: la melodia fischiata, un vero inno solista all'autodeterminazione. La melodia fischiata ci fa capire come ogni uomo sia "strumento". Che stia in Sicilia o nell'Arizona, chiunque è capace di cominciare a fischiare da solo e inventarsi la sua melodia, in un coro silente di uomini pavidi e tutti uguali. Il fischio è l'uomo che prende in mano il proprio destino. E' l'equivalente del dettaglio sugli occhi di Sergio Leone.
Chiunque altro non avrebbe saputo fare altro che un assurdo minestrone con questi elementi. E invece Morricone ha composto uno dei suoi tanti capolavori.

Un altro compositore che amo è Andrew Lloyd Webber. Il sottotitolo del suo "Jesus Christ Superstar" recita "A Rock Opera". Eppure ALW non è un musicista rock. Però ha avuto l'intelligenza di saper ascoltare ciò che si suonava nei club inglesi e nei dischi della Motown. Non ha snobbato la nuova musica. E così ha utilizzato il suo bagaglio tecnico compositivo, la sua conoscenza della struttura di un'opera, della progressione armonica e di tutto il resto, e ha "piegato" il rock al suo volere. Ed è nato uno dei più grandi capolavori della storia della musica.

Torniamo sempre allo stesso discorso: tecnica e passione che cooperano per un bene "superiore": l'Arte.

Altro esempio: i Beatles. Hanno iniziato inventando un genere. Poi si sono evoluti. Hanno aggiunto sempre più elementi esterni alla loro musica, rock, psichedelici, hard blues, perfino prog, provenienti magari da gruppi più "nuovi" di loro, e li hanno integrati nei loro pezzi. Le altrui intuizioni, fresche e innovative, sono state inserite in un complesso più armonico, dando luce a una musica nuova e ancora più geniale: il risultato in questo caso non è una somma ma il prodotto degli elementi in gioco, arrivando a quello che per me è il loro migliore album: "Abbey Road".

Una delle musiche migliori di Burt Bacharach è stata scritta per Aretha Franklin.

Will Eisner negli anni '70 dopo aver conosciuto alcuni giovani fumettisti si è reinventato e ha scritto quelle che sono conosciute come le prime "graphic novel", facendo scuola per la seconda volta.

Tarantino nei suoi film migliori è stato capace di usare stili narrativi "popolari" per rappresentare storie profonde e intricate.

Nel fumetto Disney, Romano Scarpa ha saputo raccogliere l'insegnamento di Gottfredson e Barks e reinventarlo a suo piacimento.

Insomma, è proprio quello che mi piace in un artista: la capacità di "sporcarsi le mani" con diversi input provenienti da tutti i generi.

E' così che mi piacerebbe essere un giorno, come autore.

mercoledì 2 dicembre 2009

M'amo, non m'amo


Torno sul discorso della "sensibilità" di uno sceneggiatore.

Alle volte, la nostra sensibilità fa cilecca. Alle volte una storia ci piace veramente tanto, tutta così come l'abbiamo scritta nella prima stesura. Questa è la cosa forse più preoccupante. Di solito, quando lasciamo "decantare" quella storia per qualche giorno e poi torniamo a rileggerla, ci accorgiamo che non solo non ci piace più come appena scritta, ma che magari la troviamo TUTTA da buttare. E allora arriva lo sconforto. Diciamocelo: quando una nostra storia ci piace, è un po' come se ci dicessimo da soli che ci piacciamo. E' un po' onanistico. Ma se una nostra storia non ci piace per niente, è come dirci "ma allora non mi piaccio". Ovviamente non è così né in un caso né nell'altro. Noi autori non siamo le nostre storie. Se una nostra storia è brutta non vuol dire che facciamo schifo, né se una nostra storia è bella significa che siamo le persone migliori del mondo.

Poi c'è il caso limite: personalmente mi piacciono discretamente con riserva le sceneggiature quando le consegno, salvo poi spesso restare un po' deluso dalla rilettura. Non è che non mi piaccio, è che forse mi piaccio troppo, e molto raramente sento di aver espresso bene ciò che il mio narcisismo considera talento. E' un po' come certi che sono convinti di essere proprio belli, ma quando si rivedono in foto dicono "Quello non sono io!"

E se ne parlo con qualcuno, mi sento spesso rispondere: "Ma no, quella storia è bella". Sì, ma non è magnifica, fantastica, superlativa!

E' per quello che l'avevo fatta. Ogni sceneggiatura la scrivo col pensiero che debba essere magnifica, la migliore che abbia mai prodotto. Anche se poi non succede davvero, ritengo comunque che in partenza sia l'approccio giusto, almeno.

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