lunedì 30 novembre 2009

Sensibilità


Man mano che faccio questo lavoro, quello dell'inventore di storie, mi sorgono delle personali idee su come funziona. Come funziona per me, almeno.

Nell'infinita contesa tra istinto e tecnica, sono forse giunto a una mia supposizione su quale sia la via più giusta. La espongo nel mentre che la formulo, domani potrei anche pensarla diversamente, ma più probabilmente no, perché sono cose che in realtà mi frullavano dentro da tempo e solo ora riesco a dar loro una forma.

In passato più di una volta ho sostenuto che secondo me non dovrebbe esistere un contrasto tra istinto e tecnica, talento e mestiere, passione e calcolo, cuore e cervello, fantasia e regole (a questo proposito anche Faraci ha detto la sua, ultimamente). Per me, "in medio stat virtus".

Però c'è di più, forse. Credo di aver capito che ciò che si impara facendo questo lavoro sia un prodotto delle due cose: la sensibilità. La cosa bella è che questa supposizione mi è venuta dopo aver lavorato con diversi sceneggiatori e editor, magari anche con idee diametralmente opposte. Di questo devo ringraziare tanti miei colleghi, da cui imparo un po' ogni volta.

Non esiste nessun manuale al mondo che ti dica come scrivere una storia giusta. Non esiste una storia giusta. Però seguendo alcuni accorgimenti tecnici si può capire quando una storia è sicuramente sbagliata. Non esiste talento al mondo che, se non viene incanalato attraverso una struttura solida, possa produrre qualcosa di veramente interessante, o almeno di interessante per più di dieci pagine.

E' a questo punto che, cercando di esercitare contemporaneamente tecnica e fantasia, un colpo al cerchio e uno alla botte, si sviluppa una sorta di sensibilità. E' difficile da spiegare. E' come se lo sceneggiatore avesse della specie di antenne, che gli suggeriscono alcuni passaggi. Non tutti, purtroppo, se no sarebbe troppo facile. Succede allora che, mentre si sta lavorando a una storia, si dica frasi del tipo: "Non mi suona che Pinco Pallino faccia questa cosa", "A naso direi che a questo punto ci vuole una bella svolta".

Tutte espressioni che hanno a che fare coi cinque sensi, ed effettivamente si rifanno a una sensibilità "interna" allo sceneggiatore, una sorta di "campanello d'allarme" che gli dice "questo non funziona", "bisogna cambiare qualcosa", una specie di "coscienza" che lo aiuta a stare sui binari, e a deragliare quando necessario. Spesso i commenti che facciamo alle nostre stesse storie sono difficili da decifrare: "Questo passaggio non mi convince, anche se non riesco a capire perché. Meglio cambiarlo.".

L'importante è mantenere la concentrazione sulla nostra "vocina" interna, e soprattutto non essere pigri e riscrivere ogni volta che quella sensibilità ci dice che qualcosa non funziona nelle nostre storie. Dopotutto meglio criticarsi da soli e migliorare le proprie opere piuttosto che ricevere pessime critiche dopo aver scritto storie che - non ascoltando quella "sensibilità" - abbiamo lasciato immutate, sicuri del nostro genio letterario.

Forse senza quella sensibilità i "Promessi Sposi" sarebbero molto diversi.

Fortunati quelli che riescono a restare coinvolti dal proprio lavoro e contemporaneamente talmente distaccati da riuscire ad ascoltare pienamente quella sensibilità nel momento stesso della prima stesura. Io francamente non ci riesco quasi mai. La prima stesura di una mia storia spesso è piena di errori strutturali. Però ho anche la pazienza di sopportare le critiche che mi fa quella vocina là dentro (e anche quelle dell'editor, of course), e cercare di migliorare la mia opera.

E altrettanto fortunati coloro che riescono a riscrivere venti volte la stessa storia mantenendo lo stile fresco e immediato della prima stesura.

venerdì 27 novembre 2009

Mani mozze


Risolto il caso dell'omicidio della tipografa di Cocquio Trevisago: a ucciderla e mozzarle le mani è stato un vicino con problemi economici. Durante la collutazione lei l'aveva graffiato e lui, ricordando una puntata di CSI, dopo averla uccisa le aveva mozzato le mani per evitare che la Scientifica recuperasse il suo tessuto epiteliale dalle unghie della donna. Sempre ispirato dai serial polizieschi aveva rubato dal portacenere di un locale dei mozziconi di sigaretta e li aveva sparsi nell'abitazione della vittima per disorientare la Scientifica.

QUI la notizia completa.

Scommettiamo che adesso avremo puntate di Porta a Porta e vescovi tuonanti contro l'influenza perniciosa delle fiction tv sulle persone, che le trasformano in assassini, come successo in passato per l'heavy metal, Marylin Manson, i fumetti, i film horror, i videogiochi?

La verità invece è semplicemente che costui è un assassino, punto e basta. CSI gli ha solo ispirato una delle tante modalità per commettere il suo omicidio.

Scommetto che al comparire dei primi western c'è chi ha protestato che erano violenti e ispiravano violenza ai giovani.

Ma il problema è che la violenza e il materialismo permeano la società, e le storie raccontano la realtà. Senza heavy metal o CSI, la gente troverebbe ispirazione da Tom & Jerry per ammazzarsi, se necessario.

Eroi sul lettino


Sarebbe interessante "psicanalizzare" un pochino la nostra ossessione di lettori (e di scrittori) verso i modelli eroici.

Che siano i supereroi, gli eroi Bonelli o Asterix, i nostri idoli molto spesso sono onnipotenti.

E' una componente molto forte del bambino e dell'adolescente, la convinzione di onnipotenza, di non avere limiti. Uno psicologo ve lo saprebbe spiegare bene. E' in questa età che ci identifichiamo fortemente con gli eroi, in grado di compiere qualsiasi impresa, sia che abbiano superpoteri, sia che non li abbiano. Goku, Harry Potter, gli eroi onnipotenti sono innumerevoli.

Poi cresciamo, però restiamo legati ai nostri eroi onnipotenti. E chi non lo resta, magari indirizza questo bisogno verso Dio, un politico, ecc. Nell'età adulta ci si scontra con una serie di limiti che bisogna imparare ad accettare, perciò ci piace tanto crogiolarci nella lettura dei nostri eroi onnipotenti, che ci riportino con la mente alla nostra infanzia o adolescenza.

Ci sarebbe da chiedersi: è sano, tutto questo? E' normale? Me lo chiedo da fan appassionato di eroi fumettistici che piuttosto che rinunciare a uno di essi si farebbe appendere per i peli del naso a un cavalcavia. Sono più felice con essi che se fossi psicologicamente la persona più equilibrata e completa del mondo. Ma in questo momento sto provando a vedere la questione dal punto di vista puramente analitico.

Avere degli eroi invincibili come modello durante infanzia e adolescenza è giusto e utile, oppure ci lascia un'idea illusoria della vita, in cui si può vivere senza avere limiti?

Lo dico perché spesso riscontro in me e in tante persone che conosco una grossa fatica nell'accettare i limiti della vita, e l'illusione di poter essere onnipotenti, di poter controllare qualsiasi cosa.

Poi però ci sono i grandi autori. Ecco che arrivano allora "Il ritorno del Cavaliere Oscuro", "The Killing Joke", "The Watchmen", e il fumetto diventa adulto. I supereroi scoprono di non essere affatto onnipotenti, e di avere un sacco di limiti. E' una sofferenza all'inizio, ma in un certo senso è anche un sollievo. Non c'è la possibilità di essere onnipotenti, ma non se ne ha nemmeno la responsabilità, o l'altrui aspettativa.

Così, a mio vedere, se i primi Superman & compagnia erano l'infanzia dei supereroi, l'Uomo Ragno negli anni '60 ne ha costituito l'adolescenza e "Watchmen" l'età adulta.

Idem per il fumetto Bonelli: se Tex e Zagor erano l'infanzia, Dylan Dog ne è l'adolescenza e personaggi più "problematici" come Nathan Never ne sono l'età adulta.

Una mia interpretazione, forse un po' fantasiosa, in cui però qualcuno magari ci si ritroverà.

Perciò, in conclusione?

Be', in conclusione evviva gli eroi di carta, soprattutto quando hanno "superproblemi": che ci facciano scoprire la normalità di un atto eroico, e l'eroicità della normalità.

mercoledì 25 novembre 2009

In terapia


Un paio di altre riflessioni a proposito del serial "In Treatment" della HBO, man mano che proseguo nella visione delle puntate.

Innanzitutto, ci sarebbe molto da discutere sulla qualità della serie. Da una parte è molto bella, coinvolgente, scritta bene, recitata meglio, e montata superlativamente. Da un altro punto di vista, ci sono secondo me grosse pecche dal punto di vista della credibilità. Fin dall'inizio lo psicologo Paul commette gravi errori deontologici che un vero psicologo non farebbe mai. All'inizio pensi di poterci passare sopra, ma dopo un po' la sua mancanza di professionalità, nonostante venga presentato come "il miglior psicologo", diventa addirittura irritante, finendo per minare il grande coinvolgimento che si prova per le sue avverse vicende e soprattutto rischiando anche di screditare la già delicata figura dello psicologo. Insomma, una bella lotta tra il "è scritto benissimo" e il "è arbitrario".

A parte questo, notavo che nella serie c'è un altro tipo di sottotesto, che è fondamentale, più della "declinazione religiosa" cui facevo riferimento nel post precedente.

Quello che noi vediamo sullo schermo, più che un Paul intento a psicanalizzare i suoi pazienti, è il contrario, quasi che siano i pazienti a psicanalizzare lui. Meglio: molto spesso quando costoro gli raccontano i loro problemi, finiscono per parlare, inconsapevolmente e metaroficamente, della vita di Paul. Emblematica è la scena in cui dopo che Paul ha litigato con la moglie, un suo paziente gli racconta di un sogno ricorrente in cui vede la propria ragazza affondare nell'acqua e non riesce a fare niente per salvarla.

I clienti di Paul si trasformano in un certo senso nei suoi demoni interiori. Demoni che urlano, che lo accusano, e lui se ne sta lì seduto senza reagire. Indifferente e distaccato con i suoi pazienti come con la propria vita familiare.

Non solo. Forse mi sbaglierò, ma ho l'impressione che ognuno di questi "pazienti-demoni" rappresentino il rapporto che ha Paul con le figure affettive principali della vita di ognuno. Laura come donna amata, Sophie come una figlia, Alex come un fratello (con cui litigare), Jake & Amy come figure genitoriali, Gina come rapporto con Dio. O qualcosa del genere. Magari è solo una mia idea. Magari gli sceneggiatori non avevano in mente niente di tutto questo e hanno proceduto a seconda di ciò che diceva loro l'istinto. Nel qual caso è come se io stessi psicanalizzando loro eheh!

lunedì 23 novembre 2009

K-ompleanno!


Alcuni dei regali più assurdi che ho ricevuto per il mio compleanno!



Per fortuna ho degli amici che conoscono i miei gusti!

Allegorie seriali


Sto guardando l'ottima serie tv "In Treatment", e mi sono sorte alcune riflessioni, che in realtà facevo già da tempo.

Una serie televisiva (ma anche a fumetti) diventa più profonda, stratificata, e in sostanza interessante, se il tema affrontato non è semplicemente quello "enunciato" e manifesto ma contemporaneamente rappresenta un'allegoria di un altro mondo, tema, universo, arricchendone l'interpretazione.

Per fare un esempio, "E.R. Medici in prima linea" è stato pensato con lo stile narrativo di un film di guerra, le puntate di "Dr. House" invece sono sostanzialmente delle "detective story" e il protagonista è fortemente ispirato a Sherlock Holmes (non per niente hanno scelto un attore inglese), mentre "Criminal Minds", come ci viene suggerito nell'ultima puntata della prima serie, ha dei richiami paralleli ai personaggi delle storie di Re Artù e la Tavola Rotonda. Vogler magari direbbe che rientra tutto nel viaggio dell'eroe...

Le serie non solo si occupano del tema principale, quello dell'investigazione o della cura di un paziente, ma si trasformano in allegorie di altre tematiche che arricchiscono l'interpretazione e, in sostanza stimolano l'intelligenza dello spettatore, che percependo un "sottostrato" tematico, non potendo fare a meno di rifletterci sopra anche inconsciamente, non resta passivo ma diventa lui stesso protagonista o se vogliamo in un certo senso "autore". Se queste serie trovano tanto consenso e la gente ci si affeziona così tanto un motivo ci sarà: dimostrazione del fatto che per avere successo una storia non deve essere troppo lineare, superficiale, come si tende troppo spesso a fare in altri ambiti scambiando i propri spettatori per inetti, ma deve essere interessante e stratificata.

Tornando a "In Treatment", posto che ancora devo finire di vedere la prima serie, la mia prima sensazione è che l'allegoria in questione sia legata alla religione. Lo so che può sembrare strano. Magari mi sbaglio.

Però c'è qualcosa del prete in quel bravissimo Gabriel Byrne (lo psicoterapeuta Paul). E qualcosa del confessionale in quello studio.

La pretesa di molti suoi clienti che lui decida su due piedi per loro che cosa fare in determinate situazioni (tornare sul luogo del bombardamento per Alex, abortire per Jake e Amy) più che una terapia mi ricorda una richiesta all'oracolo, come se Paul fosse uno sciamano in grado di decidere il da farsi interrogando le budella di un animale sacrificale.

Anche lo stesso - normalissimo - bisogno di Paul di consultarsi a sua volta con una psicologa ricorda il rapporto del prete con Dio, o dello sciamano che assume il peyote per entrare in trance e parlare col Grande Spirito. In questo senso l'aspetto rassicurante di Gina, la terapeuta di Paul, sarebbe riconducibile addirittura a Dio.

E come alcuni preti, Paul ad un certo punto entra in conflitto con la propria "vocazione", e proprio a causa di una donna. E si arrabbia con la propria terapeuta allo stesso modo con cui un prete si arrabbia con Dio quando sente di essere abbandonato.

Insomma, potrebbe essere una mia riflessione del tutto personale, magari è scaturita semplicemente dall'analisi del significato della psicoterapia nel mondo più che dalla serie tv contingente, ma "In Treatment" mi fa pensare al bisogno spasmodico dell'essere umano di cercare un "saggio" che ci metta in contatto con qualcosa di più grande e rassicurante. Paul si occupa di mettere in contatto le persone con se stesse, insegna loro a sapersi ascoltare, ma tutto sommato può anche essere interpretato come colui che in un certo senso mette in contatto le persone con la propria parte spirituale.

Non sono un amante della religione, però devo ammettere che alcuni preti, quando ricevono richiesta di consiglio, se sono bravi non si limitano a snocciolare versetti dalla Bibbia e consigliare di fare penitenza in quanto peccatori, ma a volte cercano di aiutare la persona a capire quello che vogliono ascoltando il proprio cuore. In sostanza fungono un po' da "psicologi". Sono pochi, ma qualcuno c'è.

martedì 17 novembre 2009

Topolino n. 2817


Anche su Topolino n. 2817 in edicola da domani mercoledì 18 novembre trovate una mia autoconclusiva della serie "A lezione da Paperoga" per i disegni di Andrea Lucci, intitolata "Storia dell'Arte".

Buona lettura!

lunedì 16 novembre 2009

[notiziole] L'asino azzero


Altra notiziola tra il curioso e l'inquietante.

In Azerbaigian due ragazzi sono stati arrestati e rischiano cinque anni di prigione per aver messo su YouTube un filmato di un uomo vestito da asino che, parlando a una finta conferenza stampa, esponeva i benefici della vita in Azerbaigian e della positiva attitudine del governo nei confronti degli asini.

Notizia completa:
http://news.bbc.co.uk/2/hi/technology/8233598.stm

Filmato:
http://news.bbc.co.uk/1/hi/technology/8233999.stm

mercoledì 11 novembre 2009

Topolino n. 2816


Su Topolino n. 2816 in edicola da oggi mercoledì 11, a pagina 162 trovate una mia tavola autoconclusiva della serie "A lezione da Paperoga" disegnata da Andrea Lucci.

E' passato parecchio tempo e non ricordavo nemmeno di aver fatto quelle autoconclusive!

lunedì 9 novembre 2009

[notiziole] Terrorismo inverso


Mentre cercavo curiosità per la Settimana Enigmistica, mi sono imbattuto in questa strana notizia: il 4 ottobre un greco è stato arrestato nell'aeroporto di Karachi, in Pakistan, per aver cercato di portare su un aereo degli Emirati Arabi una pistola nascosta nel computer portatile. Il sospetto è che volesse dirottarlo.

Notizia completa:
http://www.foxnews.com/story/0,2933,559826,00.html

venerdì 6 novembre 2009

Comics Jam


Ringrazio Ketty Formaggio per aver girato questo breve video che ritrae me e i fumettisti Giuseppe De Luca, Sualzo, Bruno Olivieri e Francesco Abrignani esibirci in "Come Together" dei Beatles, sul palco di Lucca Comics & Games 2009.


Un altro video in cui suoniamo "Rock and Roll" dei Led Zeppelin lo potete trovare sul sito di Alex Crippa.

Rock'n'roll!

mercoledì 4 novembre 2009

Lucca reloaded


Sul sito de "Lo Schermo", giornale di Lucca, potete trovare altre bellissime foto della "Comics Jam", il concerto di fumettisti tenutosi venerdì scorso a Lucca Comics & Games.

Eccone una in anteprima.


Per vedere le altre cliccate QUI.

lunedì 2 novembre 2009

Lucca Comics & Rock


Lucca Comics è stata una vera bolgia infernale. Ogni anno c'è sempre più gente, e questo è un bene per il settore.

Per quanto mi riguarda mi sono divertito parecchio, in particolare in due occasioni: quando venerdì pomeriggio ho suonato sul palco con altri dieci fumettisti in un concerto organizzato dal bravo Sergio Algozzino, e quando la sera stessa ho assistito al divertentissimo Don Zauker show dei sempre grandi Pagani e Caluri.

Vorrei ringraziare e salutare singolarmente tutte le persone con cui ho trascorso questi due giorni, come al solito intensi, ma siete veramente tanti... you know who you are!

Grazie a quelli con cui ho condiviso il bed & breakfast, la cena, un caffè, una canzone, una chiacchierata estemporanea, una stretta di mano, a quelli che ho conosciuto per la prima volta eccetera eccetera... Viva i fumetti! Be', un ringraziamento almeno a Renato Genovese che ha reso possibile tutto questo!

Ecco alcune immagini della mia Lucca '09. Cliccateci sopra per ingrandire. Grazie per le immagini a Davide Caci, Mirka Andolfo, il Moise e Antonio Recupero.


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