giovedì 31 dicembre 2009

Topolino dell'Epifania


E fatevi regalare un Topolino anche dalla Befana!

Infatti su Topolino n. 2824 in edicola da mercoledì 6 gennaio trovate la storia "TOPOLINO e la leggenda del Topo Nero" sceneggiata dal sottoscritto e disegnata da Massimo De Vita.

Buona lettura e buon anno!

giovedì 24 dicembre 2009

Kinart 1/3


Su Kinart potete trovare un mio "tutorial" che prende in esame proprio la storia "Zio Paperone in fuga dal Natale" in edicola adesso su Topolino n.2822.

Si tratta solo della prima di tre chilometriche parti!

Buona lettura!

mercoledì 23 dicembre 2009

In combutta col Moise


Su afNews potete trovare una vignetta scritta dal sottoscritto e disegnata dal mitico Moise!

Per vederla per intero cliccate QUI.

giovedì 17 dicembre 2009

Topolino di Natale


Fatevi portare un Topolino da Babbo Natale!

Su Topolino n. 2822 in edicola da mercoledì 23 dicembre trovate la storia "ZIO PAPERONE in fuga dal Natale" sceneggiata dal sottoscritto e disegnata da Giorgio Cavazzano.

Buona lettura e... Buon Natale!

mercoledì 16 dicembre 2009

Recensione: A Serious Man


Ahahah... eh?


Questo è stato il commento più sensato che sono riuscito a proferire dopo aver visto l'ultimo film dei Fratelli Coen.

La storia, ambientata in una comunità ebraica americana negli anni '60, parla di un poveraccio che eredita un'antica maledizione e che riceve una caterva di sfighe e batoste una dietro l'altra. La sua vita va sempre peggio, e quella che sembrava un'esistenza tranquilla e piuttosto scialba, si trasforma in un incubo terrificante. Per certi versi, un vero film horror. I fratelli Coen mettono in scena i nostri peggiori incubi di uomini civilizzati: affetti, famiglia, lavoro, religione, società, vicinato, la città intera sembra rivoltarsi contro il povero Larry.

I due registi sono come al solito geniali nel riuscire a inanellare una serie di gag grottesche. E' incredibile come riescano a inventare le peggiori assurdità rendendole del tutto credibili. Perché può succedere che a un uomo capiti UNA di queste cose, DUE se proprio è sfigato. Ma TUTTE è impossibile. Il problema è che tutto finisce qui.

Innanzitutto a inizio film si fatica un po' a empatizzare col protagonista: la moglie lo lascia di punto in bianco senza che abbiamo avuto tempo di affezionarci alla sua realtà familiare. Ma questa probabilmente è una scelta.

Il fatto è che dopo quaranta minuti di sfighe, uno si aspetterebbe che qualcosa cambi nel film. I fratelli Coen vogliono cambiare la regola hollywoodiana secondo cui dopo una serie di sfighe uno trova quel "twist" per cambiare la propria vita. No, avrebbe fatto troppo film di Natale, e i Coen non sono gente del genere.

Ma dopo quarantacinque, cinquanta minuti di film, si smette del tutto di empatizzare col protagonista. Le sfighe che gli capitano non hanno più importanza, l'escalation di mazzate ormai è arrivata talmente in alto che il tuo cervello dice "ok, c'è un limite a tutto". Così, continui a vedere il sabotaggio di questo disgraziato con un misto di indifferenza e fastidio.

Ti dici: "almeno sul finale ci sarà una svolta spettacolare".

E invece...


Insomma, il film è solo un insieme di gag. Non va da nessuna parte. Non ha arco narrativo.

E permane la sensazione che ho dei fratelli Coen: gente molto talentuosa, spesso geniale nell'inventare situazioni e dialoghi, ma cui mancano i veri attributi per costruire qualcosa di importante, un arco narrativo anche sorprendente e sballato nel loro stile se vogliamo. Sembrano quei ragazzini che si divertono a dare fuoco agli insettini per vedere che cosa succede, e basta. Non si mettono davvero in gioco, non hanno voglia di fare davvero "fatica" per creare qualcosa di memorabile.

Però non ho visto tutti i loro film, quindi magari ce n'è qualcuno di questi che mi smentisce.

Ma la sensazione che lascia "A Serious Man" è questa: molto irridente, monellesco... ma poco coraggioso, in fondo. Non sembra che abbiano tanta voglia di crescere, i fratellini.


Nota positiva: Sy, l'amico di famiglia con cui la moglie di Larry lo tradisce, è uno dei personaggi più azzeccati dei Fratelli Coen. Con quel modo mellifluo di sovrastare il protagonista abbracciandolo, trattandolo come un ragazzino, fingendosi solidale, è forse più violento e aggressivo di Terminator.

lunedì 14 dicembre 2009

Grazie I.n.d.u.c.k.s.!


Forse non ho mai scritto un post a proposito di COA I.n.d.u.c.k.s., e ciò è male.

Molti di quelli che frequentano questo blog sapranno già di cosa si tratta, ma non tutti. I.n.d.u.c.k.s. è un indice online di tutte le storie Disney a fumetti comparse dall'alba dei tempi ad oggi. Ad aggiornare costantemente il database con autori, date, testate, paesi di pubblicazione e quant'altro sono dei semplici appassionati. Uno strumento utilissimo per tutti coloro che vogliono chiarirsi alcune idee su autori e date di pubblicazione delle storie.

Utile anche per me, che grazie a Inducks scopro in quali testate straniere vengono pubblicate le mie storie. Purtroppo credo che non tutti i paesi siano "rappresentati" da qualche appassionato certosino indicizzatore, quindi non tutte le testate straniere siano coperte, però è ugualmente un database molto utile.

Per chi vuole averne un assaggio, ecco qui il link dove potete trovare la lista delle mie storie Disney pubblicate fino ad oggi:
http://coa.inducks.org/creator.php?c=Giorgio+Salati&c1=date

venerdì 11 dicembre 2009

Lasseter lo sa


Tornando sul tema "tecnica vs istinto", che sembra ormai un ritornello di questo blog, voglio citare una frase letta sul blog di Alex Crippa, di John Lasseter, il geniale direttore creativo di Pixar e Walt Disney Studios, considerato un po' il nuovo Walt Disney.

"Le tecniche vanno tutte bene, conta la storia

Non per niente i film Pixar sono i migliori film d'animazione usciti da quindici anni a questa parte.

Dopodiché sono andato a cercare qualche altra frase di Lasseter e ho trovato anche questa altra perla di saggezza. Una di quelle frasi che sembrano "ovvie", ma che alla fine c'è bisogno che qualcuno le dica, e soprattutto che a dirle non sia il vecchio disegnatore in pensione ma uno che con le nuove tecnologie ha fatto la sua fortuna:

"La tecnologia non crea i film. Le persone lo fanno. Non sei un animatore solo perché sai muovere un oggetto dal punto A al punto B. Sei qualcuno che dà vita ad un personaggio: un qualcosa che i software e la tecnologia non possono fare."

mercoledì 9 dicembre 2009

A-Team al cinema


Mi verrebbe da essere abbastanza scettico sul fatto che un'odierna versione cinematografica dell'A-Team possa essere all'altezza del grandioso telefilm degli anni '80. Ma a interpretare Hannibal c'è Liam Neeson, che non è esattamente l'ultimo degli sprovveduti. Chissà.

QUI l'articolo del Corriere della Sera.


Solo spero di non rimpiangere troppo il Murdock originale, che era il mio personaggio preferito (in cui naturalmente mi identificavo parecchio).

E' curioso come, in tempi in cui le serie tv hanno raggiunto un livello di scrittura che la Hollywood cinematografica si può sognare, il cinema per trovare qualche personaggio interessante da lanciare vada a ripescare vecchie serie tv (A-Team, Starsky & Hutch, Charlie's Angels) di tempi in cui la scrittura televisiva non aveva ancora raggiunto la profondità odierna. E che per poter raccontare qualcosa di più raffinato e complesso debbano rivolgersi al fumetto: Batman, Watchmen, Sin City, ecc.

venerdì 4 dicembre 2009

Sporcarsi le mani


Ci sono alcuni musicisti che hanno fatto "scuola". Hanno inventato un genere, e a volte l'hanno portato alle estreme conseguenze. Iron Maiden, AC/DC, per dire i primi che mi vengono in mente. Hanno creato uno stile e l'hanno percorso fino in fondo, in un certo senso fino alla morte (ditemi che dopo "The X Factor" gli Iron abbiano fatto qualcosa di decente).

E così è per molti musicisti di vario genere, dai Depeche Mode ai Ramones, dai Motorhead ai Beach Boys, dai Kraftwerk ai Chemical Brothers. Ognuno ha inventato un modo nuovo di fare musica, ne è rimasto "fedele", ed è stato copiato da moltitudini di cloni.

Poi però ci sono alcuni compositori che hanno fatto qualcosa di impensabile per la maggior parte dei musicisti.

Ennio Morricone. Nella sua musica si può sentire una moltitudine di impulsi. Dalle cavalcate wagneriane alle melodie da flamenco. Le schitarrate da mariachi accompagnate da spunti provenienti dal folklore dell'Italia Meridionale. A volte più che western quelle musiche sembrano essere scritte per l'Odissea. L'epicità, è la chiave. Un genere in cui un tempo gli italiani, dal Tasso all'Alfieri, non erano secondi a nessuno.

E poi il colpo di genio: le chitarre surf. In tutto questo marasma di riferimenti musicali cosmopoliti, Morricone è stato capace di tendere l'orecchio anche a ciò che usciva dalla radio. L'uso che fa lui della chitarra elettrica è stato copiato da un sacco di chitarristi negli anni '60, e allo stesso tempo lui ha saputo cogliere l'innovazione di ciò che veniva fatto nel mondo musicale contemporaneo.

Lui non ha snobbato la musica cosiddetta "leggera".

Ecco un esempio da pelle d'oca: la colonna sonora di "Per qualche dollaro in più".

In breve sentiamo un'epica cavalcata arricchita da scacciapensieri che riporta alla mente la drammaticità delle faide tra famiglie siciliane, la spavalderia americana di chitarre elettriche country-surf, campane che fanno pensare alla desolazione del deserto, e un flauto andino che funge da unica componente spensierata, una sorta di "spalla" dell'eroe: la melodia fischiata, un vero inno solista all'autodeterminazione. La melodia fischiata ci fa capire come ogni uomo sia "strumento". Che stia in Sicilia o nell'Arizona, chiunque è capace di cominciare a fischiare da solo e inventarsi la sua melodia, in un coro silente di uomini pavidi e tutti uguali. Il fischio è l'uomo che prende in mano il proprio destino. E' l'equivalente del dettaglio sugli occhi di Sergio Leone.
Chiunque altro non avrebbe saputo fare altro che un assurdo minestrone con questi elementi. E invece Morricone ha composto uno dei suoi tanti capolavori.

Un altro compositore che amo è Andrew Lloyd Webber. Il sottotitolo del suo "Jesus Christ Superstar" recita "A Rock Opera". Eppure ALW non è un musicista rock. Però ha avuto l'intelligenza di saper ascoltare ciò che si suonava nei club inglesi e nei dischi della Motown. Non ha snobbato la nuova musica. E così ha utilizzato il suo bagaglio tecnico compositivo, la sua conoscenza della struttura di un'opera, della progressione armonica e di tutto il resto, e ha "piegato" il rock al suo volere. Ed è nato uno dei più grandi capolavori della storia della musica.

Torniamo sempre allo stesso discorso: tecnica e passione che cooperano per un bene "superiore": l'Arte.

Altro esempio: i Beatles. Hanno iniziato inventando un genere. Poi si sono evoluti. Hanno aggiunto sempre più elementi esterni alla loro musica, rock, psichedelici, hard blues, perfino prog, provenienti magari da gruppi più "nuovi" di loro, e li hanno integrati nei loro pezzi. Le altrui intuizioni, fresche e innovative, sono state inserite in un complesso più armonico, dando luce a una musica nuova e ancora più geniale: il risultato in questo caso non è una somma ma il prodotto degli elementi in gioco, arrivando a quello che per me è il loro migliore album: "Abbey Road".

Una delle musiche migliori di Burt Bacharach è stata scritta per Aretha Franklin.

Will Eisner negli anni '70 dopo aver conosciuto alcuni giovani fumettisti si è reinventato e ha scritto quelle che sono conosciute come le prime "graphic novel", facendo scuola per la seconda volta.

Tarantino nei suoi film migliori è stato capace di usare stili narrativi "popolari" per rappresentare storie profonde e intricate.

Nel fumetto Disney, Romano Scarpa ha saputo raccogliere l'insegnamento di Gottfredson e Barks e reinventarlo a suo piacimento.

Insomma, è proprio quello che mi piace in un artista: la capacità di "sporcarsi le mani" con diversi input provenienti da tutti i generi.

E' così che mi piacerebbe essere un giorno, come autore.

mercoledì 2 dicembre 2009

M'amo, non m'amo


Torno sul discorso della "sensibilità" di uno sceneggiatore.

Alle volte, la nostra sensibilità fa cilecca. Alle volte una storia ci piace veramente tanto, tutta così come l'abbiamo scritta nella prima stesura. Questa è la cosa forse più preoccupante. Di solito, quando lasciamo "decantare" quella storia per qualche giorno e poi torniamo a rileggerla, ci accorgiamo che non solo non ci piace più come appena scritta, ma che magari la troviamo TUTTA da buttare. E allora arriva lo sconforto. Diciamocelo: quando una nostra storia ci piace, è un po' come se ci dicessimo da soli che ci piacciamo. E' un po' onanistico. Ma se una nostra storia non ci piace per niente, è come dirci "ma allora non mi piaccio". Ovviamente non è così né in un caso né nell'altro. Noi autori non siamo le nostre storie. Se una nostra storia è brutta non vuol dire che facciamo schifo, né se una nostra storia è bella significa che siamo le persone migliori del mondo.

Poi c'è il caso limite: personalmente mi piacciono discretamente con riserva le sceneggiature quando le consegno, salvo poi spesso restare un po' deluso dalla rilettura. Non è che non mi piaccio, è che forse mi piaccio troppo, e molto raramente sento di aver espresso bene ciò che il mio narcisismo considera talento. E' un po' come certi che sono convinti di essere proprio belli, ma quando si rivedono in foto dicono "Quello non sono io!"

E se ne parlo con qualcuno, mi sento spesso rispondere: "Ma no, quella storia è bella". Sì, ma non è magnifica, fantastica, superlativa!

E' per quello che l'avevo fatta. Ogni sceneggiatura la scrivo col pensiero che debba essere magnifica, la migliore che abbia mai prodotto. Anche se poi non succede davvero, ritengo comunque che in partenza sia l'approccio giusto, almeno.

lunedì 30 novembre 2009

Sensibilità


Man mano che faccio questo lavoro, quello dell'inventore di storie, mi sorgono delle personali idee su come funziona. Come funziona per me, almeno.

Nell'infinita contesa tra istinto e tecnica, sono forse giunto a una mia supposizione su quale sia la via più giusta. La espongo nel mentre che la formulo, domani potrei anche pensarla diversamente, ma più probabilmente no, perché sono cose che in realtà mi frullavano dentro da tempo e solo ora riesco a dar loro una forma.

In passato più di una volta ho sostenuto che secondo me non dovrebbe esistere un contrasto tra istinto e tecnica, talento e mestiere, passione e calcolo, cuore e cervello, fantasia e regole (a questo proposito anche Faraci ha detto la sua, ultimamente). Per me, "in medio stat virtus".

Però c'è di più, forse. Credo di aver capito che ciò che si impara facendo questo lavoro sia un prodotto delle due cose: la sensibilità. La cosa bella è che questa supposizione mi è venuta dopo aver lavorato con diversi sceneggiatori e editor, magari anche con idee diametralmente opposte. Di questo devo ringraziare tanti miei colleghi, da cui imparo un po' ogni volta.

Non esiste nessun manuale al mondo che ti dica come scrivere una storia giusta. Non esiste una storia giusta. Però seguendo alcuni accorgimenti tecnici si può capire quando una storia è sicuramente sbagliata. Non esiste talento al mondo che, se non viene incanalato attraverso una struttura solida, possa produrre qualcosa di veramente interessante, o almeno di interessante per più di dieci pagine.

E' a questo punto che, cercando di esercitare contemporaneamente tecnica e fantasia, un colpo al cerchio e uno alla botte, si sviluppa una sorta di sensibilità. E' difficile da spiegare. E' come se lo sceneggiatore avesse della specie di antenne, che gli suggeriscono alcuni passaggi. Non tutti, purtroppo, se no sarebbe troppo facile. Succede allora che, mentre si sta lavorando a una storia, si dica frasi del tipo: "Non mi suona che Pinco Pallino faccia questa cosa", "A naso direi che a questo punto ci vuole una bella svolta".

Tutte espressioni che hanno a che fare coi cinque sensi, ed effettivamente si rifanno a una sensibilità "interna" allo sceneggiatore, una sorta di "campanello d'allarme" che gli dice "questo non funziona", "bisogna cambiare qualcosa", una specie di "coscienza" che lo aiuta a stare sui binari, e a deragliare quando necessario. Spesso i commenti che facciamo alle nostre stesse storie sono difficili da decifrare: "Questo passaggio non mi convince, anche se non riesco a capire perché. Meglio cambiarlo.".

L'importante è mantenere la concentrazione sulla nostra "vocina" interna, e soprattutto non essere pigri e riscrivere ogni volta che quella sensibilità ci dice che qualcosa non funziona nelle nostre storie. Dopotutto meglio criticarsi da soli e migliorare le proprie opere piuttosto che ricevere pessime critiche dopo aver scritto storie che - non ascoltando quella "sensibilità" - abbiamo lasciato immutate, sicuri del nostro genio letterario.

Forse senza quella sensibilità i "Promessi Sposi" sarebbero molto diversi.

Fortunati quelli che riescono a restare coinvolti dal proprio lavoro e contemporaneamente talmente distaccati da riuscire ad ascoltare pienamente quella sensibilità nel momento stesso della prima stesura. Io francamente non ci riesco quasi mai. La prima stesura di una mia storia spesso è piena di errori strutturali. Però ho anche la pazienza di sopportare le critiche che mi fa quella vocina là dentro (e anche quelle dell'editor, of course), e cercare di migliorare la mia opera.

E altrettanto fortunati coloro che riescono a riscrivere venti volte la stessa storia mantenendo lo stile fresco e immediato della prima stesura.

venerdì 27 novembre 2009

Mani mozze


Risolto il caso dell'omicidio della tipografa di Cocquio Trevisago: a ucciderla e mozzarle le mani è stato un vicino con problemi economici. Durante la collutazione lei l'aveva graffiato e lui, ricordando una puntata di CSI, dopo averla uccisa le aveva mozzato le mani per evitare che la Scientifica recuperasse il suo tessuto epiteliale dalle unghie della donna. Sempre ispirato dai serial polizieschi aveva rubato dal portacenere di un locale dei mozziconi di sigaretta e li aveva sparsi nell'abitazione della vittima per disorientare la Scientifica.

QUI la notizia completa.

Scommettiamo che adesso avremo puntate di Porta a Porta e vescovi tuonanti contro l'influenza perniciosa delle fiction tv sulle persone, che le trasformano in assassini, come successo in passato per l'heavy metal, Marylin Manson, i fumetti, i film horror, i videogiochi?

La verità invece è semplicemente che costui è un assassino, punto e basta. CSI gli ha solo ispirato una delle tante modalità per commettere il suo omicidio.

Scommetto che al comparire dei primi western c'è chi ha protestato che erano violenti e ispiravano violenza ai giovani.

Ma il problema è che la violenza e il materialismo permeano la società, e le storie raccontano la realtà. Senza heavy metal o CSI, la gente troverebbe ispirazione da Tom & Jerry per ammazzarsi, se necessario.

Eroi sul lettino


Sarebbe interessante "psicanalizzare" un pochino la nostra ossessione di lettori (e di scrittori) verso i modelli eroici.

Che siano i supereroi, gli eroi Bonelli o Asterix, i nostri idoli molto spesso sono onnipotenti.

E' una componente molto forte del bambino e dell'adolescente, la convinzione di onnipotenza, di non avere limiti. Uno psicologo ve lo saprebbe spiegare bene. E' in questa età che ci identifichiamo fortemente con gli eroi, in grado di compiere qualsiasi impresa, sia che abbiano superpoteri, sia che non li abbiano. Goku, Harry Potter, gli eroi onnipotenti sono innumerevoli.

Poi cresciamo, però restiamo legati ai nostri eroi onnipotenti. E chi non lo resta, magari indirizza questo bisogno verso Dio, un politico, ecc. Nell'età adulta ci si scontra con una serie di limiti che bisogna imparare ad accettare, perciò ci piace tanto crogiolarci nella lettura dei nostri eroi onnipotenti, che ci riportino con la mente alla nostra infanzia o adolescenza.

Ci sarebbe da chiedersi: è sano, tutto questo? E' normale? Me lo chiedo da fan appassionato di eroi fumettistici che piuttosto che rinunciare a uno di essi si farebbe appendere per i peli del naso a un cavalcavia. Sono più felice con essi che se fossi psicologicamente la persona più equilibrata e completa del mondo. Ma in questo momento sto provando a vedere la questione dal punto di vista puramente analitico.

Avere degli eroi invincibili come modello durante infanzia e adolescenza è giusto e utile, oppure ci lascia un'idea illusoria della vita, in cui si può vivere senza avere limiti?

Lo dico perché spesso riscontro in me e in tante persone che conosco una grossa fatica nell'accettare i limiti della vita, e l'illusione di poter essere onnipotenti, di poter controllare qualsiasi cosa.

Poi però ci sono i grandi autori. Ecco che arrivano allora "Il ritorno del Cavaliere Oscuro", "The Killing Joke", "The Watchmen", e il fumetto diventa adulto. I supereroi scoprono di non essere affatto onnipotenti, e di avere un sacco di limiti. E' una sofferenza all'inizio, ma in un certo senso è anche un sollievo. Non c'è la possibilità di essere onnipotenti, ma non se ne ha nemmeno la responsabilità, o l'altrui aspettativa.

Così, a mio vedere, se i primi Superman & compagnia erano l'infanzia dei supereroi, l'Uomo Ragno negli anni '60 ne ha costituito l'adolescenza e "Watchmen" l'età adulta.

Idem per il fumetto Bonelli: se Tex e Zagor erano l'infanzia, Dylan Dog ne è l'adolescenza e personaggi più "problematici" come Nathan Never ne sono l'età adulta.

Una mia interpretazione, forse un po' fantasiosa, in cui però qualcuno magari ci si ritroverà.

Perciò, in conclusione?

Be', in conclusione evviva gli eroi di carta, soprattutto quando hanno "superproblemi": che ci facciano scoprire la normalità di un atto eroico, e l'eroicità della normalità.

mercoledì 25 novembre 2009

In terapia


Un paio di altre riflessioni a proposito del serial "In Treatment" della HBO, man mano che proseguo nella visione delle puntate.

Innanzitutto, ci sarebbe molto da discutere sulla qualità della serie. Da una parte è molto bella, coinvolgente, scritta bene, recitata meglio, e montata superlativamente. Da un altro punto di vista, ci sono secondo me grosse pecche dal punto di vista della credibilità. Fin dall'inizio lo psicologo Paul commette gravi errori deontologici che un vero psicologo non farebbe mai. All'inizio pensi di poterci passare sopra, ma dopo un po' la sua mancanza di professionalità, nonostante venga presentato come "il miglior psicologo", diventa addirittura irritante, finendo per minare il grande coinvolgimento che si prova per le sue avverse vicende e soprattutto rischiando anche di screditare la già delicata figura dello psicologo. Insomma, una bella lotta tra il "è scritto benissimo" e il "è arbitrario".

A parte questo, notavo che nella serie c'è un altro tipo di sottotesto, che è fondamentale, più della "declinazione religiosa" cui facevo riferimento nel post precedente.

Quello che noi vediamo sullo schermo, più che un Paul intento a psicanalizzare i suoi pazienti, è il contrario, quasi che siano i pazienti a psicanalizzare lui. Meglio: molto spesso quando costoro gli raccontano i loro problemi, finiscono per parlare, inconsapevolmente e metaroficamente, della vita di Paul. Emblematica è la scena in cui dopo che Paul ha litigato con la moglie, un suo paziente gli racconta di un sogno ricorrente in cui vede la propria ragazza affondare nell'acqua e non riesce a fare niente per salvarla.

I clienti di Paul si trasformano in un certo senso nei suoi demoni interiori. Demoni che urlano, che lo accusano, e lui se ne sta lì seduto senza reagire. Indifferente e distaccato con i suoi pazienti come con la propria vita familiare.

Non solo. Forse mi sbaglierò, ma ho l'impressione che ognuno di questi "pazienti-demoni" rappresentino il rapporto che ha Paul con le figure affettive principali della vita di ognuno. Laura come donna amata, Sophie come una figlia, Alex come un fratello (con cui litigare), Jake & Amy come figure genitoriali, Gina come rapporto con Dio. O qualcosa del genere. Magari è solo una mia idea. Magari gli sceneggiatori non avevano in mente niente di tutto questo e hanno proceduto a seconda di ciò che diceva loro l'istinto. Nel qual caso è come se io stessi psicanalizzando loro eheh!

lunedì 23 novembre 2009

K-ompleanno!


Alcuni dei regali più assurdi che ho ricevuto per il mio compleanno!



Per fortuna ho degli amici che conoscono i miei gusti!

Allegorie seriali


Sto guardando l'ottima serie tv "In Treatment", e mi sono sorte alcune riflessioni, che in realtà facevo già da tempo.

Una serie televisiva (ma anche a fumetti) diventa più profonda, stratificata, e in sostanza interessante, se il tema affrontato non è semplicemente quello "enunciato" e manifesto ma contemporaneamente rappresenta un'allegoria di un altro mondo, tema, universo, arricchendone l'interpretazione.

Per fare un esempio, "E.R. Medici in prima linea" è stato pensato con lo stile narrativo di un film di guerra, le puntate di "Dr. House" invece sono sostanzialmente delle "detective story" e il protagonista è fortemente ispirato a Sherlock Holmes (non per niente hanno scelto un attore inglese), mentre "Criminal Minds", come ci viene suggerito nell'ultima puntata della prima serie, ha dei richiami paralleli ai personaggi delle storie di Re Artù e la Tavola Rotonda. Vogler magari direbbe che rientra tutto nel viaggio dell'eroe...

Le serie non solo si occupano del tema principale, quello dell'investigazione o della cura di un paziente, ma si trasformano in allegorie di altre tematiche che arricchiscono l'interpretazione e, in sostanza stimolano l'intelligenza dello spettatore, che percependo un "sottostrato" tematico, non potendo fare a meno di rifletterci sopra anche inconsciamente, non resta passivo ma diventa lui stesso protagonista o se vogliamo in un certo senso "autore". Se queste serie trovano tanto consenso e la gente ci si affeziona così tanto un motivo ci sarà: dimostrazione del fatto che per avere successo una storia non deve essere troppo lineare, superficiale, come si tende troppo spesso a fare in altri ambiti scambiando i propri spettatori per inetti, ma deve essere interessante e stratificata.

Tornando a "In Treatment", posto che ancora devo finire di vedere la prima serie, la mia prima sensazione è che l'allegoria in questione sia legata alla religione. Lo so che può sembrare strano. Magari mi sbaglio.

Però c'è qualcosa del prete in quel bravissimo Gabriel Byrne (lo psicoterapeuta Paul). E qualcosa del confessionale in quello studio.

La pretesa di molti suoi clienti che lui decida su due piedi per loro che cosa fare in determinate situazioni (tornare sul luogo del bombardamento per Alex, abortire per Jake e Amy) più che una terapia mi ricorda una richiesta all'oracolo, come se Paul fosse uno sciamano in grado di decidere il da farsi interrogando le budella di un animale sacrificale.

Anche lo stesso - normalissimo - bisogno di Paul di consultarsi a sua volta con una psicologa ricorda il rapporto del prete con Dio, o dello sciamano che assume il peyote per entrare in trance e parlare col Grande Spirito. In questo senso l'aspetto rassicurante di Gina, la terapeuta di Paul, sarebbe riconducibile addirittura a Dio.

E come alcuni preti, Paul ad un certo punto entra in conflitto con la propria "vocazione", e proprio a causa di una donna. E si arrabbia con la propria terapeuta allo stesso modo con cui un prete si arrabbia con Dio quando sente di essere abbandonato.

Insomma, potrebbe essere una mia riflessione del tutto personale, magari è scaturita semplicemente dall'analisi del significato della psicoterapia nel mondo più che dalla serie tv contingente, ma "In Treatment" mi fa pensare al bisogno spasmodico dell'essere umano di cercare un "saggio" che ci metta in contatto con qualcosa di più grande e rassicurante. Paul si occupa di mettere in contatto le persone con se stesse, insegna loro a sapersi ascoltare, ma tutto sommato può anche essere interpretato come colui che in un certo senso mette in contatto le persone con la propria parte spirituale.

Non sono un amante della religione, però devo ammettere che alcuni preti, quando ricevono richiesta di consiglio, se sono bravi non si limitano a snocciolare versetti dalla Bibbia e consigliare di fare penitenza in quanto peccatori, ma a volte cercano di aiutare la persona a capire quello che vogliono ascoltando il proprio cuore. In sostanza fungono un po' da "psicologi". Sono pochi, ma qualcuno c'è.

martedì 17 novembre 2009

Topolino n. 2817


Anche su Topolino n. 2817 in edicola da domani mercoledì 18 novembre trovate una mia autoconclusiva della serie "A lezione da Paperoga" per i disegni di Andrea Lucci, intitolata "Storia dell'Arte".

Buona lettura!

lunedì 16 novembre 2009

[notiziole] L'asino azzero


Altra notiziola tra il curioso e l'inquietante.

In Azerbaigian due ragazzi sono stati arrestati e rischiano cinque anni di prigione per aver messo su YouTube un filmato di un uomo vestito da asino che, parlando a una finta conferenza stampa, esponeva i benefici della vita in Azerbaigian e della positiva attitudine del governo nei confronti degli asini.

Notizia completa:
http://news.bbc.co.uk/2/hi/technology/8233598.stm

Filmato:
http://news.bbc.co.uk/1/hi/technology/8233999.stm

mercoledì 11 novembre 2009

Topolino n. 2816


Su Topolino n. 2816 in edicola da oggi mercoledì 11, a pagina 162 trovate una mia tavola autoconclusiva della serie "A lezione da Paperoga" disegnata da Andrea Lucci.

E' passato parecchio tempo e non ricordavo nemmeno di aver fatto quelle autoconclusive!

lunedì 9 novembre 2009

[notiziole] Terrorismo inverso


Mentre cercavo curiosità per la Settimana Enigmistica, mi sono imbattuto in questa strana notizia: il 4 ottobre un greco è stato arrestato nell'aeroporto di Karachi, in Pakistan, per aver cercato di portare su un aereo degli Emirati Arabi una pistola nascosta nel computer portatile. Il sospetto è che volesse dirottarlo.

Notizia completa:
http://www.foxnews.com/story/0,2933,559826,00.html

venerdì 6 novembre 2009

Comics Jam


Ringrazio Ketty Formaggio per aver girato questo breve video che ritrae me e i fumettisti Giuseppe De Luca, Sualzo, Bruno Olivieri e Francesco Abrignani esibirci in "Come Together" dei Beatles, sul palco di Lucca Comics & Games 2009.


Un altro video in cui suoniamo "Rock and Roll" dei Led Zeppelin lo potete trovare sul sito di Alex Crippa.

Rock'n'roll!

mercoledì 4 novembre 2009

Lucca reloaded


Sul sito de "Lo Schermo", giornale di Lucca, potete trovare altre bellissime foto della "Comics Jam", il concerto di fumettisti tenutosi venerdì scorso a Lucca Comics & Games.

Eccone una in anteprima.


Per vedere le altre cliccate QUI.

lunedì 2 novembre 2009

Lucca Comics & Rock


Lucca Comics è stata una vera bolgia infernale. Ogni anno c'è sempre più gente, e questo è un bene per il settore.

Per quanto mi riguarda mi sono divertito parecchio, in particolare in due occasioni: quando venerdì pomeriggio ho suonato sul palco con altri dieci fumettisti in un concerto organizzato dal bravo Sergio Algozzino, e quando la sera stessa ho assistito al divertentissimo Don Zauker show dei sempre grandi Pagani e Caluri.

Vorrei ringraziare e salutare singolarmente tutte le persone con cui ho trascorso questi due giorni, come al solito intensi, ma siete veramente tanti... you know who you are!

Grazie a quelli con cui ho condiviso il bed & breakfast, la cena, un caffè, una canzone, una chiacchierata estemporanea, una stretta di mano, a quelli che ho conosciuto per la prima volta eccetera eccetera... Viva i fumetti! Be', un ringraziamento almeno a Renato Genovese che ha reso possibile tutto questo!

Ecco alcune immagini della mia Lucca '09. Cliccateci sopra per ingrandire. Grazie per le immagini a Davide Caci, Mirka Andolfo, il Moise e Antonio Recupero.


mercoledì 28 ottobre 2009

In concerto a Lucca


Per chi fosse interessato, io sarò a Lucca Comics & Games venerdì e sabato.

Chi ci sarà venerdì pomeriggio, non può mancare a un concerto che ha dello storico: ben tredici fumettisti - tra cui il sottoscritto - si esibiranno sul palco per una "jam" organizzata da Sergio Algozzino, decisi a fare tutti insieme un bel po' di rock and roll!

Ecco gli estremi:

COMICS JAM
Venerdì 30 ottobre - h 16
Palco di Lucca Comics & Games


Fumettisti-musicisti:
Giorgio Salati - voce e chitarra elettrica
Sergio Algozzino - voce
Riccardo Secchi - chitarra elettrica
Renato Genovese - batteria
Bruno Olivieri - chitarra elettrica
Giuseppe De Luca - chitarra elettrica
Alex Crippa - batteria
Matteo Casali - voce
Riccardo Burchielli - basso
Sergio Badino - voce e armonica
Antonio Dessì - voce
Francesco Abrignani - batteria
Antonio Sualzo Vincenti - sassofono

Il divertimento è assicurato, vi vogliamo vedere sotto palco!

giovedì 15 ottobre 2009

Topolino n. 2813


Su TOPOLINO n. 2813, in edicola da mercoledì 21 ottobre, trovate la terza puntata della saga "Topolinia 20802".

Soggetto: Fausto Vitaliano
Sceneggiatura: Giorgio Salati
Disegni: Casty

Buona lettura!

mercoledì 14 ottobre 2009

lunedì 12 ottobre 2009

Fumettisti da Nobel


Il Nobel per la Letteratura è stato conferito a Herta Muller, una scrittrice poco conosciuta.

Il blog fumettistico del quotidiano francese Le Monde "Le comptoir de la BD" lancia la proposta di un autore di fumetti da candidare allo stesso premio per il 2010.

Tralasciando quelli passati a miglior vita che l'avrebbero sicuramente meritato (Barks, Goscinny, Schulz per dire i primi che mi vengono in mente), io ho principalmente un nome in mente: ALAN MOORE, uno dei più grandi geni letterari del nostro secolo. Quanto a "cervello" lo metto sullo stesso piano di Einstein e Leonardo Da Vinci. E chi di voi non lo conosce bene non si faccia ingannare dalle versioni cinematografiche delle sue opere, si vada a leggere direttamente i fumetti.

Alternativamente, altri che meriterebbero sono Art Spiegelman, Quino e Bill Watterson.

E voi che cosa ne pensate? Chi candidereste?

venerdì 9 ottobre 2009

Tu vuo' fa' l'americano


Ringrazio il sito "Disney Comics Worldwide" per avermi intervistato circa la pubblicazione in corso degli Ultraheroes sulla testata statunitense "Walt Disney Comics & Stories".

Per leggere l'intervista > CLICCATE QUI <

Buona lettura!


giovedì 8 ottobre 2009

Ipse Dixit: Marx (Groucho)


"Non dimentico mai una faccia, ma nel tuo caso farò un'eccezione."

"Abbiamo recitato in città in cui oggi mi rifiuterei di essere seppellito."

"La prima cosa a sparire quando un paese viene trasformato in uno stato totalitario è la commedia e i comici. Poiché le persone ridono di noi, non credo che capiscano davvero quanto siamo essenziali per la loro salute mentale."

"Mi sono sposato davanti a un giudice. Avrei dovuto chiedere una giuria."

"Non voglio far parte di un club che persiste a volermi accettare come membro."

"Trovo che la televisione sia molto educativa. Ogni volta che qualcuno l'accende, vado in un'altra stanza a leggere un libro."

martedì 6 ottobre 2009

WDC&S #699


Come annunciato dall'interessante blog Disney Comics Worldwide, domani c'è anche un'altra uscita degna di nota: negli Stati Uniti viene pubblicato dai Boom! Studios il numero 699 di Walt Disney Comics & Stories, che vedrà al suo interno la saga degli Ultraheroes, alla cui ideazione ho partecipato insieme a Secchi, Ferrari, Cordara, Ghiglione, Turconi, e tanti altri autori.

Lo so, lo so, ci sono degli errori nei credits...

Topolinia 20802


Da domani su Topolino esce una serie in 4 puntate intitolata "Topolinia 20802", di cui ho sceneggiato il terzo episodio (in edicola il 21 ottobre).

Gli altri autori di questa serie sono: Fausto Vitaliano, Alberto Savini, Marco Ghiglione, Casty, Lorenzo Pastrovicchio, Giuseppe Dalla Santa.

Buona lettura!

lunedì 5 ottobre 2009

Conflitto interiore

* DISCLAIMER - a scanso di equivoci, meglio ribadire: le mie non vogliono essere "lezioni" di sceneggiatura, ma semplici considerazioni "auto-didattiche" che mi sovvengono man mano che faccio il mio lavoro, quindi del tutto personali. E, naturalmente, aperte a confutazioni. *


Ritornando per un attimo sul post precedente, c'è da notare che spesso in una storia la dimensione morale di un personaggio salta fuori tramite un conflitto interiore.

Se un personaggio stesse per fare qualcosa di ingiusto, e alla fine dopo un lungo conflitto interiore decidesse di fare la cosa "giusta", oppure se dopo aver fatto qualcosa di negativo si pentisse e rimediasse, o, ancora, se dopo essere stato punito per essersi comportato male avesse imparato la lezione, ecco che il lettore può percepire la dimensione morale. Magari una dimensione morale nata o cresciuta proprio grazie al conflitto interiore. Un insieme di pensieri, emozioni, contraddizioni, errori, eccetera, che testimoniano la complessità di una decisione e i sentimenti contrastanti circa una questione di tipo morale. Ci sono storie in cui crediamo che il protagonista non sia capace di atti moralmente degni, ma dopo il conflitto interiore il personaggio cresce e scopre dentro di sé una dimensione morale inizialmente sconosciuta. Se vogliamo il "Canto di Natale" di Dickens potrebbe essere una metafora di questo archetipo narrativo. Questa dimensione alle volte cresce a discapito di una convinzione rigida e/o moralista del protagonista.

Tutto il "Signore degli anelli" è giocato sul conflitto interiore di Frodo che da una parte vuole salvare il proprio mondo, e dall'altra sente il richiamo del potere scaturito dall'anello. Che sia "morale" salvare il mondo di Frodo non lo percepiamo da un'etica generica, ma solo dal fatto che ci siamo affezionati ai suoi abitanti conosciuti lungo la storia. E' la morale personale di Frodo, se la condividiamo è solo perché filtrata dalle sue stesse emozioni. Se guardiamo in fondo al cuore di Frodo sappiamo che lui ci tiene ai suoi amici hobbit, quindi in un certo senso la dimensione morale sta lì, in fondo al cuore del personaggio.

Io sono un grande "sostenitore" del conflitto interiore, credo che dia una profondità particolare ai personaggi. Senza di esso, si comporteranno sempre alla stessa maniera, come degli automi senza vita. Zio Paperone non sarebbe capace ogni tanto di gesti di generosità - che tanto ci piacciono da lettori perché sappiamo quanto sia difficile per lui essere generoso - se non avesse dei conflitti interni. E la cosa divertente è proprio il fatto che per lui essere generosi è molto diverso da quello che gli altri intendono per generosità. Ecco che quindi ognuno ha la sua personale dimensione morale!

giovedì 1 ottobre 2009

Dimensione morale


Mi sono accorto che una questione di cui parlo spesso quando si parla di narrazione - alla conferenza al Salone del Libro di Torino l'avrò tirata fuori dieci volte - è quella della dimensione morale dei personaggi.

E' una delle cose che fanno la differenza. Prendete i Simpson e i Griffin. Homer Simpson per quanto possa essere stupido, egoista, addirittura fastidioso, ha sempre un senso morale che gli permette di riscattarsi sempre dai disastri che provoca. Posto davanti a una scelta, seppure con qualche esitazione sceglierà sempre la sua famiglia, o comunque finirà per fare la cosa giusta, o rimediare quando ha fatto la cosa sbagliata. O, almeno, verrà punito quando si sarà comportato male. Nei Griffin invece questo aspetto è per lo più assente, e se c'è diciamo che è nascosto molto bene. Peter Griffin non solo è stupido, egoista, eccetera, ma è decisamente antipatico. Sembra non avere nessun rispetto nemmeno per la sua stessa moglie. Quello che fa non è "trainato" da una dimensione morale che - seppur attraverso vie impervie - lo porterà a una conclusione che soddisfi il bisogno di giustizia insito nello spettatore. C'è gente che preferisce i Griffin, ma non è un caso se sono molti di più quelli che adorano i Simpson.

Il discorso vale per qualsiasi altro ambito. Un Paperone che taglieggia i parenti, un Paperino che si occupa unicamente di svaligiare il salvadanaio dei nipotini, risultano fastidiosi, se non sono accompagnati da una personale dimensione morale. Paperone può trattar male Paperino, essere sarcastico, ma si sente quando sotto c'è di più che il semplice scherno fine a se stesso. Se Paperone ridicolizza il nipote perché in realtà è preoccupato che egli smetta di fare lo spiantato e cominci ad accumulare ricchezze per diventare finalmente qualcuno - secondo un suo personale metro di giudizio - lo sentiamo. Non c'è alcun dubbio. I personaggi che usiamo per le nostre storie non sono dei semplici giocattolini da scatenare l'uno contro l'altro per il nostro personale divertimento di autori, ma sono la proiezione dei sentimenti e delle aspirazioni dei nostri lettori, pertanto vanno rispettati. Anche maltrattati, se necessario, ma con affetto. Sembra un paradosso ma non lo è.

In alcune storie di Barks - sempre lì si va a parare! - Paperino funge addirittura da voce della coscienza nei confronti dello zione. Quella voce, è la dimensione morale con cui Paperone si trova perennemente in conflitto. Una persona in possesso di tanta ricchezza potrebbe permettersi qualsiasi cosa. Paperone invece ha un - seppur labile - senso della misura. Se esagera poi si vergogna, soprattutto davanti allo sdegno dei nipoti. Verso i nipotini poi ha un riguardo tutto particolare. Questa è la dimensione morale. E fa la differenza, non c'è dubbio.

Mi è capitato di assistere a storie (fumetti, cinema, narrativa) in cui gli autori si divertivano a fare i cinici, i pulp, svuotando il contenuto di ogni dimensione morale. Senza contare però che nel vero pulp cui tutti fanno riferimento, quello di Tarantino, la dimensione morale è fortissima. Ed è questo che fa la differenza tra i film di Tarantino e i veri b-movie degli anni '70 cui solitamente il regista fa riferimento. Di pulp, i suoi film hanno l'aspetto e la forma esteriore, ma dentro i personaggi sono molto profondi, e spinti da una dimensione morale molto forte. Magari un po' particolare, personale, distorta, ma sempre di quello si parla. Come lo vogliamo chiamare il motivo che spinge Mr. White a vegliare su Mr. Orange che si è preso una pallottola durante la fuga insieme, se non dimensione morale? E che dire di Butch che dopo aver truffato un boss di Los Angeles non può partire finché non ha recuperato l'orologio di suo padre?

Proprio questo è ciò che ha reso i personaggi di Tarantino tanto interessanti: con lui abbiamo scoperto che anche i malavitosi possono avere una quotidianità, una morale, una "deontologia professionale". A questo proposito consiglio senz'altro la lettura di "Come una bestia feroce" di Edward Bunker.

Io sono tutt'altro che un moralista o un buonista. Chi mi conosce lo sa, ma direi che non ne ho nemmeno l'aspetto... Però c'è una grossa differenza tra bontà e buonismo, morale e moralismo... Essere moralisti significa essere intransigenti su un insieme di schemi identificati come morale comune, per nascondere un'incapacità di avere una morale propria. Quindi, in un certo senso, morale e moralismo sono gli esatti opposti l'uno dell'altro. Questo in una storia si sente moltissimo.

martedì 29 settembre 2009

Scuola di Fumetto



Segnalazione un po' tardiva: sulla rivista Scuola di Fumetto n.69 di settembre a pagina 22 c'è un interessante servizio di Davide Caci intitolato "Da Paperinik a PK", in cui si parla anche degli Ultraheroes.

Buona lettura!

lunedì 28 settembre 2009

Hemingway Driver


Mi è capitato di disquisire a proposito di quello che è secondo me il significato vero di quel capolavoro che è il film "Taxi Driver". E' difficile spiegarlo in poche parole.

Poi ho trovato una spiegazione perfetta nelle parole di Hemingway:

«Non c'è caccia come la caccia all'uomo e quelli che hanno cacciato a lungo uomini armati provando piacere a farlo non hanno più interesse per nient'altro.»

Ernest Hemingway

venerdì 25 settembre 2009

Domani su Radio Marconi


Domani sabato 26 settembre dalle h 9 su Radio Marconi ci sarà una trasmissione di Francesca Antonazzo dedicata al terremoto in Abruzzo, in cui verrà trasmessa la canzone "Domani 26 luglio 2009 - Milano per l'Abruzzo".

Buon ascolto.

Note su ali di farfalla


Domani alle 18.30 all'Area Ex Villeroy di Teramo si terrà un concerto benefico a favore dell'Associazione Federica & Serena, intitolata a due fra le vittime del terremoto abruzzese, e alla fondazione CIRENEO Onlus per l'autismo di L'Aquila, che dal giorno del terremoto è rimasta senza sede.

Tra gli artisti si esibiranno Marlene Kuntz e Giorgio Canali.

Prima del concerto verrà proiettato il video "Domani 26 luglio 2009 - Milano per l'Abruzzo" cui - come già sapete - ho partecipato anch'io.

Pluto?


Qualche mese fa ho fatto un giro con un'amica sul tetto del Duomo. Il giorno prima c'era stata una bella tempesta e ora il cielo era limpido, così la vista panoramica era assicurata.

Chi non ci è nato forse non può sapere quanto può essere bella Milano.

Ma non è questo di cui volevo parlare.

Volevo invece soffermarmi sulla foto che ho scattato e potete vedere qui sotto: che cosa ci fa un antenato gotico di Pluto sul Duomo di Milano?


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