mercoledì 27 febbraio 2008

Personaggi Disney


Sono anni che rifletto su un aspetto della sceneggiatura che vorrei ora condividere con voi senza - per carità - pretendere di insegnare niente a nessuno.

Quando si lavora a un soggetto o una sceneggiatura, spesso ci si trova davanti al problema della caratterizzazione dei personaggi. Gli "standard carachter" Disney, si sa, sono in un certo senso capaci di portare avanti una storia da soli. A volte quando si ha uno spunto bisogna lasciarsi prendere per mano da essi e vedere come reagiscono agli ostacoli che poniamo loro davanti. Credo di aver letto qualcosa a proposito anche da parte dell'amico e collega Sergio Badino.

Per questo prenderò come esempio i personaggi Disney, che per forza di cose sono anche quelli che conosco meglio.

Nonostante la forza del loro carattere, in certe storie, in passato, si sono visti i personaggi a volte un po' snaturati. E così Topolino diventa un primo della classe, Zio Paperone acrimonioso che gode nell'angariare i nipoti, Paperino vittimista e meschino, Qui Quo & Qua dei saputelli, Pippo un mentecatto e Paperina superficiale.

Però chi conosce i VERI personaggi, ossia Topolino e Pippo di Gottfredson, Paperino, Paperone e Qui Quo & Qua di Barks, sa che il loro carattere non è così. A volte si tratta sì di componenti effettivamente presenti nel loro carattere, che però vengono esasperate, senza porre attenzione al fatto che questi personaggi non sono bidimensionali, sono sfaccettati e interessanti.

Ora, lungi da me sostenere che l'altrui interpretazione dei personaggi sia sbagliata, ognuno ha la sua, e poi a giudicare ci sono le redazioni. Quello di cui voglio parlare qui però è la mia personale interpretazione.

A volte mi capita di discutere a proposito delle difficoltà relative a un personaggio (spesso Topolino).

Vi svelerò il mio piccolo segreto, la mia scoperta dell'acqua calda, la regola che cerco di applicare quando scrivo: AI PERSONAGGI BISOGNA VOLER BENE, sinceramente e al di là di qualsiasi connotazione melensa.

Quando scrivo di Paperina, in fondo le voglio bene, le conferisco alcuni pregi e difetti della mia ragazza, e Paperino si comporta con la papera come io mi comporto o comporterei con la mia lei. In questo modo percepisco che Paperino vuol bene davvero a Paperina (invece di essere perennemente ossessionato dalle sue paturnie), e anche quando si tratta di bisticciare non viene mai fatto niente di veramente cattivo o meschino, visto che io non lo farei con colei cui voglio bene. Vi svelerò un altro piccolo segreto: mi sono reso conto che quando tratto con simpatia Paperina fondamentalmente è una dichiarazione d'amore alla mia ragazza! Ma non diteglielo, altrimenti si monta la testa!

Inoltre, sembra un'ovvietà ma non sempre chi ci lavora ci pensa, nei personaggi bisogna mettere un po' di se stessi e un po' delle persone cui si vuole bene: amici, parenti, fidanzate/i... Conferire a un personaggio propri pregi e difetti o quelli di qualcuno che si conosce è utile per dare tridimensionalità al personaggio. Ad esempio, mettiamo che Paperina sia fissata con la linea. Se la cosa si esaurisce qui, diventa una specie di automa assolutista e ci risulterebbe anche poco simpatica. Se penso ad alcune ragazze che conosco, però, pur tenendo alla linea alle volte non riescono a resistere a un bel cucchiaio di Nutella. Se Paperina sarà quindi preoccupata della linea ma con la debolezza del cioccolato ci risulterà più simpatica, il personaggio sarà "tridimensionale".

Parlando di altri personaggi, in Paperino metto la mia impulsività, il mio entusiasmo, la mia pigrizia, la mia testardaggine, la mia suscettibilità. Occhio: non "la suscettibilità", ma "la MIA suscettibilità". Intendo dire che Paperino diventa sensibile alle stesse cose cui sono sensibile io, e reagisce come reagirei io. Si tratta quindi di prendere una caratteristica del personaggio e farla risuonare dentro di sé per averne un'interpretazione personale e allo stesso tempo "interna" al personaggio. Come prendere la canzone di un altro e suonarla con il proprio strumento. E' pur sempre quella canzone, ma suonata in maniera personale. E la canzone ci deve piacere, altrimenti per quanto ci si impegni verrà fuori se non una schifezza quanto meno impersonale e poco emozionante.

Anche in Topolino metto un po' di me stesso (la mia intransigenza verso l'onestà, ad esempio, o il mio senso di amicizia), e un po' da un paio di miei amici che a mio personalissimo giudizio hanno alcune caratteristiche in comune con Mickey. In questo modo ho due effetti: il comportamento del personaggio appare più realistico/motivato, e al personaggio voglio bene, visto che c'è dentro qualcosa dei miei amici. E se Topolino vuol bene a qualche amico anche noi gli vogliamo bene, perché gli amici dei nostri amici sono amici anche nostri, giusto? Quindi se un amico di Topolino si troverà in pericolo saremo noi stessi autori e lettori a volerlo salvare, e quindi risulterà credibile che Topolino si butti nell'avventura per aiutare il suo amico.

Topolino e Paperino poi sono come due poli opposti quanto a carattere, ma c'è una cosa che contraddistingue entrambi, facendo fede a Barks e Gottfredson: un'INTEGRITA' MORALE, che anche attraverso sbagli li fa uscire sempre puliti da ogni vicenda. Alla fine della storia, se ci siamo immedesimati in loro, non possiamo che uscirne appagati, anche nella peggiore situazione.

Pippo è il più "pulito", il "fanciullo dentro". Involontariamente, con le sue osservazioni evidenzia l'ironia insita nella vita, che normalmente noi, troppo impegnati in questioni "serie", non noteremmo.

Qui, Quo & Qua, poi, sono dei ragazzini dinamici e intelligenti, ma con anche le debolezze di tutti i ragazzini: a loro fondamentalmente piace giocare, è una prerogativa da cui non si prescinde!

Curiosamente, uno dei personaggi con cui mi identifico di più da quando ho iniziato questo mestiere è Archimede. Lui in fondo è come noi fumettisti: crea un sacco di invenzioni strampalate e divertenti usando la propria fantasia, molte le deve buttare oppure le riutilizza per scopi diversi da quelli prefissati, a volte va in tilt, e ha poca dimestichezza coi soldi.

Però non bisogna strafare, quindi non si deve conferire a un personaggio meccanicamente TUTTO di se stessi o di una persona che si conosce, perché ne risulterebbe un personaggio poco credibile. Solitamente è risaputo dagli addetti ai lavori ma non dai profani che le persone reali spesso compiono azioni "out of carachter". Uno nella vita cambia spesso idea sulle cose, o compie azioni diverse da ciò che gli piace. Spesso le persone "impersonano" diversi "personaggi" a seconda del contesto, mentre i nostri personaggi devono restare tali in qualsiasi contesto.

Un discorso particolare vorrei fare per Zio Paperone. Per quanto sia un anziano ricco papero, per me la sua saggezza è solo relativa. La sua ricchezza deriva da una certa istintualità negli affari maturata picconando filoni d'oro tra i ghiacci, e in realtà spesso le sue azioni sono impulsive. Non ci sarebbero tante sue avventure interessanti se lui non seguisse il suo istinto!

Occhio: per me Zio Paperone non è quello della PRIMA storia ("Il Natale di Paperino su Monte Orso"), ma di quelle successive sempre di Barks. Idem per la maggior parte dei personaggi: spesso la primissima storia non approfondisce abbastanza il personaggio come quelle immediatamente successive, dove la bidimensionalità si trasforma in tridimensionalità senza però subire snaturamenti come può succedere a decenni di distanza.

Tornando a Paperone, la sua profonda natura secondo me è esemplificata in questa sequenza da "Zio Paperone e la disfida dei dollari", ovviamente di Barks:
[clickare per ingrandire]Da qui deriva la mia concezione di Zio Paperone, che secondo me è fondamentalmente un BAMBINONE. A primo acchito molti di voi fans di Paperone mi manderete a quel paese, ma se ci riflettete bene forse troverete che non ho tutti i torti.

Analizzando lo scambio di battute riportato sopra, inizialmente ci troviamo d'accordo con la dichiarazione morale di Paperino: è meglio avere pochi soldi, rimanere persone semplici e godersi la vita piuttosto che essere ricchi e pieni di problemi. La cosa fa riflettere per un attimo Paperone, avvilito dalla critica del nipote (questo dimostra anche che nonostante tutto gli vuol bene se una sua critica è in grado di colpirlo). Ma successivamente si ridesta e torna sulla propria posizione: nessuno è un povero VECCHIO se può fare ciò che gli piace. E a Paperone piace il denaro, gli piace GIOCARCI, tuffarvisi dentro, eccetera. E nonostante sul piano morale siamo d'accordo con Paperino, non possiamo che provare simpatia per quel bambino cresciuto che si diverte a giocare con le monete (per quale motivo secondo voi Paperone si tiene tutte quelle monete invece di depositare tutto in banca?). In fondo anche a noi piacerebbe divertirci così, al di là del significato venale del denaro.

In secondo luogo Zio Paperone è un SENTIMENTALE. Ogni moneta, banconota o pietra preziosa racconta una sua avventura, e lui è sentimentalmente legato alle proprie avventure. Lui il suo denaro l'ha accumulato non speculando e frodando, ma andando di persona a raccogliere tesori e picconare miniere. Ad arricchirsi è stato soprattutto il suo bagaglio di ESPERIENZA, e i soldi ne sono soltanto l'espressione materiale.

E poi Zio Paperone resta fondamentalmente un mistero che non va spiegato mai del tutto.

E' questo per me il vero Paperone: non semplicemente un tirchio rancoroso nei confronti del mondo. E' difficile che io mi immedesimi in lui, ma alla luce di quanto detto è impossibile non VOLERGLI BENE.

E qui si torna alla mia asserzione iniziale: se si vuole scrivere bene di un personaggio, bisogna VOLERGLI BENE.

Giorgio

P.S.: Chi non è d'accordo con la mia interpretazione è invitato su questo spazio: sarebbe stimolante intavolare una discussione sui personaggi che noi tutti amiamo.

[Tutte le immagini in questo post sono © Disney]

lunedì 25 febbraio 2008

Toilet - 8


Ultimamente mi è capitato che mi si chiedesse "perché lo fai?", non riferito a Masini né alla droga (entrambi problemi già ampiamente superati), ma a "Toilet". Quasi che dovessi giustificare il motivo per cui uno SCENEGGIATORE debba mettersi non solo a scrivere ma anche a DISEGNARE, per di più GRATIS.

Così, per fugare dubbi lo scrivo qui. Il motivo preciso non lo so nemmeno io (alla faccia di fugare i dubbi). Sarà che mi andava di fare qualcosa che uscisse totalmente dalla mia testa in maniera "naturale" (e qui i paragoni scatologici relativi alla toilette si sprecano), senza nessun tipo di commissione e senza un target cui pensare se non divertire me stesso. Sarà che - appunto - mi diverto. Sarà che mi va di fare qualcosa che mi ricolleghi ai tempi in cui a 12 anni inventavo i miei fumetti e me li disegnavo da solo. Ovviamente facevano schifo sia come testi che come disegni, però mi piace cercare di mantenere vivo in me quell'entusiasmo con cui ho sempre approciato i fumetti.

Certamente Toilet non durerà per sempre, a meno che non lo acclamino folle oceaniche (a buon conto preparo il salvagente), probabilmente cercherò di cambiare e creare anche altri tipi di fumettini personali a strisce. Mi piace l'idea di far qualcosa per me stesso, che ci volete fare... se poi il risultato non è il massimo non ne faccio un dramma... al massimo ne faccio una commedia!

E dopo la spatafiata (come si dice a Milano), ecco qui l'ottavo "Toilet"!

[Clickare per ingrandire]

Giorgio

giovedì 21 febbraio 2008

Demenza


E' appena uscito un libro cui ho collaborato.

Si tratta di "DEMENZA - 100 esercizi di stimolazione cognitiva" di Susanna Bergamaschi, P. Iannizzi, S. Mondini e D. Mapelli edito da Raffaello Cortina Editore.

Come recita la presentazione sul sito di Cortina, "Il volume è un pratico strumento operativo per coloro che operano nel campo delle demenze (psicologi, neuropsicologi, tecnici della riabilitazione e operatori sociosanitari) in strutture territoriali come case di cura, centri residenziali per anziani o ambulatori specifici."

Nella foto accanto potete vedere l'autrice intrattenersi in un proficuo colloquio professionale con Paperon de' Paperoni, che i suoi annetti ce li ha, ma di demenza non vuol sentir parlare.

Tornando al libro, le illustrazioni sono di Andrea Scurati e G. Rinaldi, mentre io ho collaborato per i testi dell'esercizio 19.

Se siete studenti di psicologia o operatori del settore non potete fare a meno di questo volume! E se conoscete qualcuno cui possa essere utile fate girare la voce!

Giorgio

lunedì 18 febbraio 2008

merc 20 feb: Topolino

Dopodomani correte in edicola a comprare Topolino n.2726!

Fra le altre cose, troverete:

- La mia storia "Topolino e la canzone fuori tempo" disegnata da Paolo Mottura, in cui Topolino si troverà a fare i conti con un misterioso "ponte crono-sonoro".

- Il prologo sceneggiato da Riccardo Secchi e disegnato da Stefano Turconi di "UltraHeroes", la saga supereroistico-disneyana scritta da me, Riccardo e Alessandro Ferrari, che dalla settimana successiva impegnerà il settimanale per ben 8 puntate piene di avventura! L'ideatore di UltraHeroes è Marco Ghiglione; io, Secchi e Ferrari poi abbiamo scritto insieme il "soggettone" dell'intera saga e ci siamo spartiti le sceneggiature. Io ho sceneggiato gli episodi numero 3 (Topolino n.2729 in edicola il 12/3), 5 (n.2731 del 26/3) e 7 (n.2733 del 2/4). Io e Alessandro stiamo anche scrivendo delle divertenti "interviste" ai personaggi UltraHeroes che verranno pubblicate di settimana in settimana insieme alle relative puntate.

Buona lettura!

Giorgio

giovedì 14 febbraio 2008

Glen R.I.P.


Ieri Glen ci ha lasciato.

Era mitico. Un chitarrista. Una brava persona. Con un grande senso dell'umorismo. Un grande in tanti sensi.

Ciao, Glen.

Giorgio

venerdì 8 febbraio 2008

Carnevale

E' carnevale.

Camminando per strada ad un certo punto ho incrociato una famigliola con due bambini. Il maschietto era vestito da cowboy, la femmina da principessa.

Mi sono chiesto: se fossi passato qui a Carnevale del 1958 non avrei forse visto la stessa identica scena?

Un cowboy e una principessa. Con tutti gli androidi o i gormiti o i cantanti emo che il 2008 avrà prodotto.

Avevano decisamente ragione autori come Vogler, Campbell, Propp (e pure il collega/amico/maestro Riccardo Secchi) a dire che certi archetipi narrativi sono comuni a tutte le culture e ricorrono in tutte le epoche. Il guerriero, il cavaliere, la principessa, la fata, il pirata, il cowboy... per fortuna non passeranno mai di moda.

Da una parte è rassicurante e denso di significato, da un altro lato è vagamente inquietante per chi fa il mio mestiere. Come dire: questo significa che mai e poi mai riuscirò a scrivere qualcosa di originale? La questione è sfaccettata e interessante.

Ad esempio quando si vuole essere indulgenti verso una scarsa originalità in campo musicale spesso si sente dire: "D'altra parte le note sono solo sette". Che poi è sbagliato: sono dodici, calcolando i semitoni. Nella notazione occidentale. In certe scale orientali si usano anche intervalli di quarti di tono.

Detto questo alle volte viene da chiedersi: ma io che cosa mi spremo le meningi a fare, se tanto vanno sempre e comunque il cowboy e la principessa?

Poi la voglia di divertirsi e cambiare la manfrina prende ugualmente il sopravvento e mi immagino una scena di un'ipotetica storia: un tipico cowboy da '800 americano e una classica principessa fiabesca da medioevo mitteleuropeo si trovano faccia a faccia. Buffo! Si guardano straniti e non capiscono che cavolo ci faccia lì uno/a vestito/a in quel modo assurdo. Fanno parte di due contesti che non hanno nulla a che vedere tra di loro... Che qualche macchina del tempo steampunk della Londra vittoriana ci abbia messo lo zampino (terzo contesto non attinente)? Che il cowboy si trovi a combattere a suon di revolver contro draghi, maghi e cavalieri per salvare la principessa? Che la principessa si trovi a insegnare il bon ton ai pellirosse?

Dopotutto il cowboy e la principessa saranno pure due archetipi... ma non sanno di esserlo.

Se proviamo a dimenticarlo per un attimo anche noi, qualcosa di divertente può saltar fuori lo stesso!

Giorgio

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